LA IMPREVISTA RESISTENZA DI PAPA FRANCESCO ALLA IPOTESI DI DIMISSIONI FA APPARIRE SEMPRE PIU’ STRANA E POCO EROICA LA RINUNCIA DI PAPA RATZINGER

Anche qui a L’Ortis, siamo felici delle dimissioni (nel senso di uscita dal Policlinico Agostino Gemelli) di papa Francesco.

Personalmente, svolsi un certo ragionamento sugli interrogativi sollevati dalla sua prolungata sottrazione alle orecchie e agli occhi del mondo: avevano senso in quel contesto, e le riscriverei.

Eppure, le cose neanche così sono scevre da problematiche considerazioni; ma non tanto riguardo papa Bergoglio quanto piuttosto la genesi del suo pontificato ovvero l’abdicazione repentina e imprevedibile di Benedetto XVI al secolo Josef Ratzinger (1927-2022).

Insomma, iniziamo a scansare ormai sterili teorie sulla legittimità o meno della elezione del cardinale argentino al Soglio petrino, a costo di sollevare le ire di qualche lettore “tradizionalista” (ma i giornaloni, lo sanno, cosa sia il tradizionalismo condannato già circa duecento anni fa dai papi dell’epoca o lo confondono con “quelli della Messa in Latino” per dirla alla Gaber?).

Tralasciamo anche il prosaico particolare che le dimissioni di Benedetto XVI diedero luogo al ripescaggio, come in certe dinamiche di avanzamento di categoria calcistica di una formazione o di rimpiazzo di parlamentari dimissionari o morti, del primo dei non eletti al Conclave del 2005. E riteniamo irrilevante che Ratzinger indossasse ancora la veste pellegrina bianca pur priva di mantellina (il simbolo della giurisdizione) e dello stemma papale suo sulla fascia in vita.

Ma insomma: tutto il main stream secolare ed ecclesiale (chiamasi quest’ ultimo modernismo) si commosse dinanzi a questa Chiesa dove finalmente, il Capo supremo può dimettersi, come qualsiasi altro top manager, qualora lo ritenga o se ne consideri costretto. Ne scaturì tutta una bizzarra e commossa teologia del “coraggio della rinuncia”, della “grandezza di un gesto che cambierà la chiesa”, che come direbbe il generale Vannacci, configura una Chiesa (post)cattolica al contrario dove nuova virtù eroica è la resa.

Ma a chi o cosa? A Obama e persino alle sue minacce prosaiche di far bloccare il codice SWIFT al Vaticano? Alla lobby LGBT (mi pare che all’epoca non fosse ancora ancora seguita da IQ+)? Alla SPECTRE? Il devotissimo ex segretario mons. Gaenswein, nelle sue memorie, lo ha vigorosamente smentito, e negli ambienti rimastigli vicini mai c’è stato un messaggio in codice in tal senso. Che dire? Va bene, crediamoci.

Ma allora, è strano che il papa attuale, che sta molto peggio di Ratzinger, senza deambulazione autonoma e addirittura privo della parola (segno che in un sommo sacerdote i nostri antenati pagani avrebbero visto molto nefasto, ma anche un rabbino dei tempi di Gesù almeno) non confermi tale strumento di risoluzione di tanti problemi e delle pesantezze personali del papa. Ebbene, dobbiamo ammettere, che postcattolico o meno a seconda delle opinioni, Francesco il papa, a oggi, si sforza di farlo anche in enorme disagio.

Così, che piaccia o no, non fece Ratzinger che in fondo ci pensava da un pezzo, almeno da quando omaggiò il papa comunemente ritenuto autore del “gran rifiuto” dantesco, nella L’Aquila devastata dal sisma del 2009, ponendo il suo pallio sulle spoglie imbalsamate di san Celestino V. Forse, aveva profetizzato tutto all’ insegna della sindrome depressiva l’ ateo Nanni Moretti (lo Spirito soffia ove vuole) nel suo Habemus papam (2011).

Che un grande teologo e uomo profondamente pio e saggio, nonostante la sua cultura immensa, abbia abbandonato il timone della Barca di Pietro perché semplicemente “non se la sentiva”, vivendo quasi altri dieci anni da ombra della speranza nella Verità, è semplicemente uno sconfortante segno del periodo enormemente critico del (post)cattolicesimo cui altrimenti mai anteporrei quanto fra parentesi.

Proprio la disperata e contraddittoria  resistenza di Bergoglio lo conferma (non smentendo mai la sua scarsa ieraticità, col pollice in su dell’era dei social al posto della mano benedicente). Ma questo passa il convento.

A. Martino

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