CHI DISCUTE DI UE HA MAI LETTO il “MANIFESTO DI VENTOTENE” E “PANEUROPA”? E PERCHÉ TACCIONO SUL SEGRETO DI STATO SULLE ARMI ALL’UCRAINA?

Non sono mai stato tenero con Giorgia Meloni durante il suo mandato da Presidente del Consiglio, ma non perché ce l’ho con lei. Non è una questione personale, bensì di coerenza. Come diceva Almirante: “Un ladro va messo in galera, se è uno dei nostri deve avere l’ergastolo”. In questo caso, però, Meloni non ha rubato nulla, ci mancherebbe, ma è colpevole, a mio modo di vedere, di aver tradito un’idea.

Giorgia, infatti, nel 2014 era giustamente a favore della Russia di Putin, che – ricordiamolo – per un’Italia sovrana, sia in termini di risorse che di alcuni valori identitari, era e rimane un punto di riferimento. Allo stesso modo, la leader di Fratelli d’Italia, prima della sua salita a Palazzo Chigi, si opponeva all’America dei Democratici e alle loro politiche. Eppure, l’abbiamo vista flirtare pericolosamente con Biden, tanto da diventare la principale responsabile del cul-de-sac in cui il Paese si è infilato sulla questione ucraina.

Ma, allo stesso modo, quando la Meloni dice o fa delle cose per me giuste, non ho nessun problema ad applaudirla, come nel caso della sua dichiarazione alla Camera dei Deputati, nella quale la Premier ha preso le distanze dal “Manifesto di Ventotene”.

Era ora che una figura politica di rilievo, come il Primo Ministro di uno dei Paesi fondatori dell’UE, denunciasse la radice profonda del “Manifesto di Ventotene”, che – è bene ricordarlo – solo pochissimi politici italiani ed europei hanno integralmente letto e studiato.

Il documento di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni trovò principalmente fortuna perché l’Italia, uscita sconfitta ed isolata dalla Seconda Guerra Mondiale, aveva bisogno di qualcosa e di qualcuno che la rimettesse in gioco mediante idee nuove che non facessero storcere il naso ai propri interlocutori. La fortuna volle che gli Stati Uniti, per amministrare meglio i loro interessi nel vecchio continente, fossero intenzionati a impedire nuovi conflitti tra Francia e Germania e a riarmare quest’ultima in chiave antisovietica. Una delle idee del Manifesto di Ventotene, cioè quella di una possibile Federazione Europea, faceva proprio al caso loro per dare spirito e nobiltà a un’operazione prettamente machiavellica. Se non vi fosse stata la volontà e gli interessi di Washington, difficilmente si sarebbe potuta anche solo discutere una simile ipotesi. O vogliamo davvero credere alla favola natalizia degli Stati Uniti che, come dei buoni samaritani, si divertivano a regalare miliardi di dollari per la ricostruzione e sacrificavano i loro cittadini per donare democrazia e benessere al prossimo?

D’altronde, se capiamo questo, capiremo pure che tra la politica di Trump e quella di tutti gli altri presidenti americani cambia solo la modalità di comunicazione, ma il fine è sempre lo stesso.

Infine, le idee di Spinelli, Rossi e Colorni, che furono diffuse clandestinamente nel 1943 e pubblicate ufficialmente solo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, ebbero maggiore successo rispetto a quelle di Kalergi, un politico e filosofo austro-giapponese, che nel 1923, cioè prima che il fascismo diventasse regime e molto prima che Hitler salisse al potere, pubblicò “Paneuropa”, un libro in cui si proponeva un’unione federale europea. Ciò accadde solo perché i tre pensatori italiani, a differenza sua, che era riuscito a riparare prima in Francia e poi negli Stati Uniti, erano stati internati dal regime fascista nell’arcipelago delle isole pontine, e quindi assursero al ruolo di veri e propri martiri del nazionalismo e “evangelizzatori” della denazificazione in Occidente. Ma, in sostanza, alla Casa Bianca e alle élite vittoriose sia inglesi che francesi, di certo non interessava nulla né della lotta alla proprietà privata, né della rivoluzione necessaria per imporre le idee di questa élite di illuminati.

Come una rondine non fa primavera, così un palazzo dedicato ad Altiero Spinelli nel “quartiere europeo di Bruxelles” non significa nulla. Diversamente, non è perché a Monforte d’Alba (CN) c’è ancora una via dedicata a Bava Beccaris, il generale che sparava sulla folla con l’artiglieria, che egli possa essere considerato un santo.

Si sa, la storia, in epoca contemporanea, è piegata troppo spesso alla propaganda. Ma tanto è, per cui brava Giorgia! Ma attenzione: detto questo, devo fare un altro complimento alla Premier, quello cioè di saper giocare a pallini con un’opposizione che fondamentalmente non è in grado di svolgere il proprio compito. Seguendo l’insegnamento di Andreotti, “a pensar male di sicuro si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”, e anche qui, seguendo il mio cinismo, sono convinto che l’uscita della Meloni non sia dovuta a uno scatto d’orgoglio contro la narrativa europea, visto che lei sempre, ad ogni piè sospinto, ribadisce di non essere contro l’Europa, come lo è il sottoscritto, ma per un’Europa diversa. Questa dichiarazione, dunque, aveva un’altra finalità. Quale?

Semplice, a dire il vero ha una duplice finalità: da un lato serve a dimostrare a Trump che si è contro l’Europa della von der Leyen, dall’altro serve a galvanizzare a costo zero i nazionalisti come me, dimostrando sottotraccia che, in fondo, ciò che sostengono i suoi sostenitori è: lei è contro l’Europa, solo che, ohibò, non può fare diversamente.

Però, per quelli come me, ciò che conta sono i fatti. E i fatti sono che se sei contro il Manifesto di Ventotene, non puoi essere favorevole al riarmo come voluto dalla von der Leyen. Se lo accetti, è perché vuoi rimanere in buoni rapporti sia con Ursula che con Trump, facendo intendere a quest’ultimo che sei disposta ad acquistare tutte le armi che vorrà venderti.

E qui la cosa per me non va, perché se sei contro l’Europa, ti riarmi per te stesso e per la tua sicurezza nazionale, non per quella della Polonia, della Finlandia o della Romania.

E se ti devi riarmare così urgentemente, in pochi anni – e non con un piano cinquantennale come da me suggerito – forse è perché le armi che avevamo non le abbiamo più. Allora, visto che la sicurezza va garantita con i soldi dei contribuenti, il Governo dovrebbe necessariamente togliere il segreto di Stato su tutti gli armamenti e i mezzi che sono stati ceduti dall’Italia all’Ucraina in questi tre anni di conflitto. Se danno c’è stato in questa vicenda, qualcuno deve pur pagare. Non può finire tutto così. Quantomeno chi ha sbagliato, se ha reso completamente insicuro il Paese, deve pagare, almeno politicamente. Non può rimanere in sella.

Ma si sa, siamo in Italia, ed anche un Draghi che ammette giorni fa, in audizione al Senato della Repubblica, le proprie colpe circa il disastro economico causato a questo Paese, sembra avere diritto di tribuna. Figuriamoci dunque se l’opposizione è in grado, anziché di piangere sulle favole, di porre domande pregnanti ed opportune…

Per fortuna, prima o poi, a da passà ‘a nuttata!

Lorenzo Valloreja

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