COMANDANTE DELLA GUARDIA DI FINANZA PER L’ABRUZZO IL GENERALE MENDELLA, VERO ENZO TORTORA CON LE STELLETTE

Il 10 marzo 2025 si è svolta a L’Aquila una (apparentemente) normale fino alla banalità, alternanza di comandanti della Guardia di finanza presso il locale comando regionale.

Il generale di brigata Germano Caramignoli ha ceduto, con tutti i rispettivi onori d’uso (picchetto di rappresentanza dei subordinati, discorsi, presenza di autorità civili e militari tra cui il presidente della Regione Abruzzo, fanfara etc.), tale mansione per passaggio a incarico ministeriale, al pari grado Fabio Massimo (nomi di battesimo sicuramente premonitori di notevole carriera militare) Mendella, classe 1956. Il generale Mendella è, come si dice, sotto le armi dall’ormai lontano 1984 alla Scuola militare Nunziatella (una delle pochissime istituzioni borboniche non smantellate dal terremoto unitario). Una bellissima carriera la sua, che la ha portato nel 2023 alla Direzione centrale polizia criminale del ministero dell’ Interno con l’incarico di project leader dell’ambizioso e complesso progetto I-can (Interpol cooperation against ‘ndrangheta). Cavaliere della repubblica, ha ottenuto settantanove riconoscimenti formali tra cui venti encomi solenni.

Eppure…eppure la carriera, e soprattutto la vita di Fabio Massimo MendeIla conoscono uno spaventoso buco nero a partire dal 2014, fino appunto al 2023: nove anni in cui egli ha dovuto lottare, fin dal primo giorno, contro accuse al massimo infamanti per un qualsiasi militare o appartenente alle forze dell’ordine ovvero corruzione e concussione tra cui addirittura e grottescamente, pagamento di vacanze e di case a Roma. Oltre che aver, ovviamente in cambio, pilotato e “aggiustato” indagini riguardo degli imprenditori di pessima tipologia, in effetti messi alle strette da un’ampia indagine.

Il tutto nell’ambito di una inchiesta della procura napoletana diretta da tre pm tra cui quello Henry John Woodcock già agli onori di cronaca da tanti anni (chissà se guida ancora una bella moto di grossa cilindrata) con diversi indagati vip tra cui annoverabile persino il Vittorio Emanuele di Savoia scomparso lo scorso anno e “ovviamente” prosciolto (furono ben altri i suoi reali guai).

Mendella fu inguaiato da degli imprenditori più che dubbi, come poi i fatti dimostrarono, che probabilmente per una manciata di anni di galera in meno, lanciarono tali accuse della falsità più totale, e sconvolgente (in quanto acriticamente recepite da chi avrebbe dovuto avere più cautela e spirito di ricerca della verità). Sta di fatto però, che nonostante le accuse fossero rapidamente demolite dai suoi validi legali, l’alto ufficiale ovviamente sospeso con lo stipendio al 30% nel 2018 fu condannato in prima istanza a quattro anni di reclusione. Eppure, sostenuto dalla famiglia, rinunciò coraggiosamente alla prescrizione (che gli avrebbe impedito il reintegro) e tentò il tutto per tutto: la sua sana ostinazione lo portò all’assoluzione con formula piena, nel 2023 in cui tornò a essere una persona, e un ufficiale, onorati. Ha conosciuto anche il carcere, e sappiamo cosa questo significhi per un un innocente e in particolare per un tutore dell’ordine.

Dalle fotografie attingibili dalla stampa, il generale Mendella (“figlio d’arte” di un sottufficiale della Guardia di finanza) tradisce una espressione tuttora indurita e uno sguardo comprensibilmente alquanto teso : non è da tutti, e a nessuno augurabile, una tale traversata nel deserto.     

Questi, in sintesi, i fatti che fanno apparire il Mendella una inquietantemente ennesima riedizione, anche se ignota ai più per la visibilità mediatica ben inferiore, del clamoroso caso di Enzo Tortora che la magistratura, nonostante la “gloriosa” stagione di Mani pulite, mai è riuscita a far dimenticare.

Le domande che si pongono sono, innnazitutto: e se, nonostante l’invidiabile fiducia anzi fede del Mendella nel trionfo di Verità e Giustizia, le accuse non fossero cadute neanche in Cassazione?

Possibile che il pubblico ministero abbia un potere così ampio e sostanzialmente discrezionale nel ritenere accettabile o meno, qualunque accusa, da parte di chiunque e contro chiunque, anche in contesti fortemente dubbii?

Non è forse questo, un reale nodo riformistico da affrontare anziché la separazione delle carriere che francamente, mi appare più un pallino di eredità berlusconiana che una reale battaglia garantista e civile?

A. Martino

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