DI NECESSITÀ VIRTÙ: COME L’ITALIA PUÒ AFFRANCARSI DALL’UE E DALLA NATO GRAZIE AL CON-DOMINIO RUSSO-AMERICANO E RITORNARE UNA TALASSOCRAZIA.

Gli inglesi hanno un proverbio molto indicativo della situazione storica che stiamo vivendo: “Fool me once, shame on you; fool me twice, shame on me”, che tradotto significa: Ingannami una volta, vergogna per te; ingannami due volte, vergogna per me”.

Dunque, dopo tutto quello che è successo – la deindustrializzazione dell’Italia, la scomparsa della classe media, l’aumento spropositato della microcriminalità, la perdita del nostro peso specifico nel Mediterraneo, la distruzione della scuola e della sanità pubblica, la gestione fallimentare della pandemia da Covid-19, il ritorno della Guerra (con la G maiuscola) nel Vecchio Continente – come si può ancora dare voce e ascolto a personaggi come Romano Prodi, Mario Draghi o Gianfranco Fini, così come a presidenti emeriti o ancora in carica di vari enti e organizzazioni, dalla bocciofila di Rocca Cannuccia fino alle più alte magistrature della Nazione?

Eppure, in questo Paese delle Meraviglie che è l’Italia, i più grandi pifferai – forse perché collusi nel destino e nelle fortune con questi decani del fallimento – continuano a propinarci, a ogni ora e a tamburo battente, le idee bislacche di questi personaggi. Non dimenticherò mai la convinzione con cui il professor Prodi affermava che, con l’Euro, avremmo lavorato “un giorno di meno, guadagnando come se lavorassimo un giorno in più“. Né le dichiarazioni di Mario Draghi, che garantiva “l’effetto dirompente delle sanzioni sulla macchina bellica russa e sulla sua economia“, tanto da prevederne una contrazione del 10% tra il 2022 e il 2023, a fronte di una crescita economica del 5% prevista prima del conflitto. L’ex Governatore della BCE era talmente certo di questa fesseria da arrivare a porre la surreale domanda agli italiani, nell’aprile del 2022: “Preferite la pace o il condizionatore acceso?” … potenza del masochismo energetico.

E infine, ciliegina sulla torta, un disperso Gianfranco Fini, che, dopo aver distrutto un intero partito e affossato la destra italiana, ha avuto la brillante idea – proprio ora che Trump vuole fare la pace a scapito delle velleità di Zelensky – di dichiarare che “i veri patrioti sono gli ucraini”, invitando così tutti gli ex missini a sostenere, senza se e senza ma, il popolo ucraino fino alla vittoria finale. Tre scienziati che, nel frattempo, oltre a dispensarci queste pillole di saggezza, sponsorizzano in maniera spietata l’Europa Federale, ossia la perdita totale di quel poco di sovranità e identità nazionale che ci resta. Perché, secondo questi geni, l’UE non sarebbe solo l’unico baluardo contro un ipotetico pericolo russo, ma anche l’unico strumento per competere con le grandi potenze economiche del futuro. Non capendo – e questo è il guaio più grosso – che essa stessa è parte integrante del problema.


UE: STRUMENTO DI DOMINIO O OPPORTUNITÀ PER I POPOLI EUROPEI?

Tralasciando la solita filippica con cui spiego – ormai da anni – che l’UE non è nata per fare il bene dei popoli europei, ma è stata voluta e favorita dagli Stati Uniti esclusivamente per due motivi:

  1. Impedire che Francia e Germania si facessero ancora la guerra;
  2. Imbrigliare questi due Paesi all’America, trasformandoli in strumenti di gestione degli interessi statunitensi nel Vecchio Continente.

Non per creare benessere diffuso, ma sempre in chiave antisovietica prima e anti-russa poi, mai per il mero gusto filantropico di regalare la democrazia ai popoli e la ricchezza agli indigenti. E quando questa è stata donata è stato fatto con la stessa logica per la quale un contadino ingrassa il maiale: Il fattore non dà cibo al suino per tenerlo come animale da compagnia, ma aspetta che superi il quintale di peso per macellarlo a Natale e farne insaccati e bistecche. Allo stesso modo, gli Stati Uniti, che sono un Impero, per tenere meglio legati a sé i propri clientes, li hanno fatti arricchire e ingrassare fino al momento in cui non servono più. Quando arriverà quel momento? Quando dovranno essere sacrificati, come ora, per le logiche di potenza.


LE IMPOSIZIONI DELL’UE CONTRO L’ITALIA

Ma se queste sono le logiche esogene dell’UE, le conseguenze interne all’Unione sono ancora peggiori.

L’Italia, oltre a essere – come tutte le altre Nazioni europee – un agnello sacrificale per gli Stati Uniti, deve anche subire le angherie della Francia e della Germania, i sotto-padroni della situazione per volontà d’Oltreoceano.

Come dimenticare, ad esempio, in ambito agroalimentare:

  • Le quote latte?
  • La chiusura dell’80% degli zuccherifici?
  • L’importazione forzata di olio d’oliva tunisino, spagnolo e greco senza dazi, creando dumping e abbassando i prezzi a scapito dei produttori italiani?
  • Le severe limitazioni alle flotte italiane, riducendo il numero di giorni di pesca e imponendo quote rigide per tonno rosso e sardina?

E in ambito industriale:

  • L’aver favorito le importazioni di acciaio e alluminio da Cina e Turchia, rendendo difficile la concorrenza per le aziende italiane?
  • Normative sulle emissioni di CO₂ sempre più stringenti, che hanno danneggiato le imprese italiane?

COSA SONO I DAZI?

Tutti questi lacci e lacciuoli non sono forse peggio dei dazi di Trump? Anzi, non sono essi stessi dei dazi celati? Pensiamo davvero di risolvere i nostri problemi passando da un capo spesso distratto e sazio a un sotto-capo cinico, ingordo e fondamentalmente affamato?

La risposta è già davanti ai nostri occhi!


L’ASCESA DELLA CINA E IL SOVRANISMO CULTURALE

A tal riguardo, voglio sottolineare che dopo la pandemia, molti consumatori cinesi preferiscono acquistare marchi locali piuttosto che occidentali. Il movimento Guochao sta promuovendo il lusso con identità cinese, mescolando tradizione e innovazione. E non si ferma alla Cina: sta conquistando anche l’estero, come dimostra il caso di Voyah (marchio di lusso del gruppo Dongfeng) o Yangwang, che ha scelto l’Italia per il suo accattivante design e il basso costo di vendita.

Quanto tempo ci resta prima che anche il lusso diventi “made in China”?

Secondo me, molto poco!


L’ITALIA HA BISOGNO DELLA RUSSIA

L’Italia, dunque, non avrebbe bisogno di un Paese come la Cina, ma di una potenza come la Russia che, con appena un terzo della popolazione europea, da sola controlla il Paese più grande al mondo (un continente e mezzo) e detiene, pur registrando un PIL pro capite inferiore rispetto a quello della Lombardia, circa:

  • Il 19-20% delle riserve mondiali di gas naturale;
  • Il 6-7% delle riserve di petrolio;
  • Il 15% delle riserve mondiali di carbone;
  • Il 20% delle riserve mondiali di acqua dolce;
  • 1/5 del patrimonio boschivo mondiale;
  • Il 9,3% del totale globale di nichel;
  • Il 43,9% della produzione globale di palladio;
  • Il 14,1% della produzione mondiale di platino;
  • Il 6% della produzione globale di alluminio;
  • Il 25% della produzione mondiale di diamanti;
  • L’1,5% della produzione mondiale di terre rare, grazie al Donbass.

Inoltre, la Russia è il terzo produttore mondiale di oro e il sesto di uranio. Insomma, noi, con la nostra indubbia capacità industriale, potremmo trasformare le immense materie prime della Russia per noi stessi e per loro, creando un connubio eccezionale che non turberebbe neanche gli Stati Uniti, visto che l’obiettivo principale di Trump sembra essere quello di staccare Pechino da Mosca e usare quest’ultima in chiave anticinese.

Questa è l’unica cosa intelligente da fare in questi giorni, che tutta la nostra classe dirigente sembra ignorare, ad eccezione del Ministro Pichetto Fratin, il quale voleva riaprire al gas russo, ma che, ahimè, è stato prontamente redarguito da quell’altro scienziato e suo collega di partito, Antonio Tajani.


I PROFETI DEL RIARMO

Lo stesso che, solo pochi giorni fa, ha dichiarato che “ReArm Europe è un nome infelice, perché non rende merito a quello che si sta facendo … Guardare alle forze armate come se fossero soltanto bombe e armi è un errore gravissimo … Non è soltanto questione dell’Ucraina, è una questione complessiva della sicurezza dell’Europa … Significa (ad esempio) garantire anche la sicurezza per strada … La sicurezza interna è la lotta al terrorismo, è il controllo dell’immigrazione clandestina … Se non ci fosse l’aeronautica militare, chi porterebbe i cuori da trapiantare da una parte all’altra dell’Italia? Quando c’è una calamità naturale, dai terremoti alle alluvioni, chi interviene per primo? Interviene lo strumento militare, perché è quello più organizzato” dimostrando così tutta la propria capacità di arrampicarsi sugli specchi, perché, come al solito, in democrazia, dire la verità è peccato grave! Quasi mortale! Almastri docet!

Dall’altra parte, poi, abbiamo altri due scienziati: il romanziere Antonio Scurati e il filosofo e psicoterapeuta Umberto Galimberti, che da posizioni pacifiste e antimilitariste – ben esplicitate da Scurati durante tutta la sua carriera accademica presso l’Università degli Studi di Bergamo, e nel suo libro “Guerra”, in cui sottolinea l’importanza di comprendere il fenomeno del conflitto per poterlo ripudiare consapevolmente – e da Galimberti nel suo libro “I miti del nostro tempo”, nel quale ha analizzato criticamente il predominio maschile sul femminile e la necessità di superare la contrapposizione dei generi, promuovendo una visione più inclusiva e pacifica della società – sono passati a posizioni apertamente interventiste e guerrafondaie.

Il primo nel suo articolo pubblicato su “La Repubblica” del 4 marzo 2025, intitolato “Dove sono ormai i guerrieri d’Europa?”, in cui descrive il continente come “uno scoglio euroasiatico popolato di guerrieri feroci, formidabili, orgogliosi e vittoriosi” e osserva come, storicamente, la guerra non sia stata solo una costante tragica, ma anche un’arte che ha mosso la storia d’Europa e ha definito l’identità degli europei. Il secondo nella sua intervista rilasciata a Corrado Augias, in cui ha affermato che “la pace intorpidisce anche la dimensione guerriera di difendere la tua terra e i tuoi diritti” e ha sottolineato l’importanza di difendere la democrazia contro minacce come quelle rappresentate da Trump e Putin.

Sembra così di essere tornati al 1914, nell’acceso dibattito tra interventisti e neutralisti, quando personaggi come Mussolini, per una vita antimilitaristi, si trasformarono di colpo in guerrafondai, così come Giolitti, da fautore dell’espansionismo coloniale, divenne il leader del campo pacifista.

Peccato però per gli antifascisti Scurati e Galimberti, che forse non hanno letto il rapporto Gallup, che, alla domanda rivolta a un nutrito campione di giovani europei su quanto fossero disposti a combattere per il proprio Paese, ha registrato dati imbarazzanti: dal pietoso 14% dell’Italia, all’appena sufficiente 62% dell’Ucraina, passando per il 23% della Germania, il 33% della Gran Bretagna e il 29% della Francia, che per i desideri guerrafondai di Macron deve essere veramente un risultato vergognoso. Chissà poi cosa ne penserà Mark Rutte, Segretario Generale della NATO, visto che solo il 15% degli olandesi è disposto a combattere.

Non va meglio a Est, dove la spendacciona Polonia registra un misero 45%, la Romania il 42% e la Bulgaria il 30%. L’unico Paese UE che vuole discretamente combattere è la Finlandia, con il 74% di disponibilità, e questo mi sembra veramente ben poca cosa per costituire un esercito comune europeo.

Ma d’altronde, come denunciato dal senatore Claudio Borghi, l’esercito europeo servirà solo “come arma di coercizione al suo interno, cioè per ridurre alla ragione quegli Stati che non fanno quello che gli viene chiesto di fare”.

In fondo, se l’UE ad oggi non è esistita è perché non ha mai avuto una forza coercitrice, e il principio di obbligatorietà è la base del potere.


COSA DEVE FARE L’ITALIA

Alla fine, l’Italia dovrebbe riarmarsi non tanto per la sicurezza dell’UE o dell’Europa, che mai è esistita come unico Stato e mai esisterà, ma per se stessa. A differenza dell’utopia di Spinelli, essa non solo esiste da millenni (Regno d’Italia sotto Odoacre nel 476 d.C. e nel vaticinio dell’unità nazionale di Dante), ma ha anche una missione da compiere, e questa missione si chiama Mediterraneo.

Essa viene dalla gloriosa esperienza della Roma Imperiale, prosegue con le Repubbliche Marinare ed è giunta fino a noi attraverso la tradizione della Grande Regia Marina, che all’epoca dei due conflitti mondiali era, per chi ancora non lo sapesse, la quarta potenza navale al mondo.

E da questo dobbiamo ripartire, dalla nostra predisposizione a essere una talassocrazia, non dico su scala globale, ma almeno all’interno del Mare Nostrum. Un Paese manifatturiero ed esportatore come il nostro ha bisogno di controllare e garantire la sicurezza delle principali vie di comunicazione, e oggi, come in passato, il mare resta la prima via di comunicazione.

È chiaro altresì che questo riordino dovrebbe avvenire per step e in tempi ragionevoli, sia per non portare al collasso le casse dello Stato, sia per cambiare antropologicamente gli italiani e renderli coscienti di cosa sono e cosa possono fare.

In altri termini, occorrerebbero almeno 30 anni per vedere i primi risultati e questo è il momento migliore per rimettersi in carreggiata: gli Stati Uniti e la Russia, infatti, grazie al cambiamento climatico, percepiscono il vecchio scacchiere Mediterraneo come secondario rispetto al nuovo quadrante artico. Ciò significa che l’Italia, in questo Con-Dominio Russo-Americano, potrebbe inserirsi come “subappaltatore” nel versante sud e garantire ad entrambe le potenze le spalle coperte su quel fronte. In altri termini, potremmo vederci riconosciuta la nostra sfera di influenza in quel settore, ma per fare questo dovremmo prima di tutto dotarci di qualche decina di nostre bombe atomiche autarchiche, chiaramente dietro nulla osta sia di Mosca che di Washington.

Ne dovremmo avere meno di quante ne ha Israele, un Paese grande quanto la regione Toscana e che, secondo gli esperti, sarebbe in possesso di circa 300 testate atomiche, ma più della Corea del Nord, che secondo il SIPRI avrebbe in dotazione 50 testate. Un numero sufficiente quindi, non certo per distruggere l’umanità né per minacciare la distruzione di nessuno. L’Italia, infatti, non è un Paese imperialista, ma sarebbe sufficiente per impedire che altri siano tentati di attaccarci. Perché, al di là di tutte le chiacchiere di Macron, una cosa è attualmente sicura: nessuno muoverà mai una guerra di conquista allo Stato d’Israele (e infatti ciò che è accaduto il 7 ottobre rientra nel terrorismo, che è un’altra cosa), né tantomeno alla Francia o alla Corea del Nord, molto semplicemente perché hanno l’atomica. È stata quest’ultima a garantire settant’anni di pace, non l’UE o Babbo Natale, ma la paura della Distruzione Reciproca Assicurata.

Infatti, la Russia è in guerra con l’Ucraina, un Paese privo di armi atomiche, non con una Nazione che detiene ordigni nucleari. E, visto che da oggi noi non possiamo più contare su nessuno, è bene essere pronti a ottenere rispetto da tutti, altro che ombrello francese. La Francia non è il buon samaritano d’Europa! Al contrario, è bene sapere che “ombrello” fa rima con “budello”, ma nel senso livornese del termine…

L’Italia, quindi, come un animale, deve fiutare il tempo, adattarsi al clima e assecondare il quadro, non pensare di cambiare il mondo per quello che non è o, peggio ancora, seguire la favola europea. C’è da comprare i caccia dagli americani? Compriamone! Anche più di quelli che ci vengono richiesti, ma avendo sempre una contropartita in cambio, magari riuscendo a ottenere nell’immediato almeno una di queste quattro priorità:

  1. Chiusura delle basi NATO in Italia;
  2. Sblocco del limite di tonnellaggio alla nostra marina;
  3. Autorizzazione ad avere le bombe atomiche;
  4. Libertà di poter tornare a comprare gas dalla Russia.

Dobbiamo, insomma, imparare a trattare.

Intanto, nel brevissimo termine, cosa potremmo fare? Cosa sarebbe alla nostra portata senza un eccessivo esborso di risorse?

Ebbene, la prima cosa a cui dovremmo mirare è il rientro in gioco nei Balcani, cercando di ristabilire una nostra influenza nell’area. Il partner predestinato dovrebbe essere la Serbia, in quanto alleata ed amica della Russia. Dovremmo diventare quindi i migliori amici dei nostri amici (Russia) e sfruttare gli ottimi rapporti con l’Albania per risolvere anche la questione del Kosovo ed allontanare la penetrazione turca nell’area. Questa nuova amicizia dovrebbe esserci utile anche per mediare con russi ed americani il ritorno a una nostra esclusiva influenza in Libia, che non vada chiaramente a precludere anche i loro interessi.

Su questi dossier si dovrebbe concentrare la nostra diplomazia, altro che Ucraina, Groenlandia, Panama o Canada… Ognuno deve fare il proprio gioco ed il proprio dovere, anche gli italiani. Ma per rinvigorire un sentimento d’amor patrio, una nuova generazione dovrà sorgere, perché la stragrande maggioranza di questa, grazie ai pifferai pocanzi citati, è assuefatta all’edonismo e malata di politicamente corretto.

Lorenzo Valloreja

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