RITRATTO DI CARLO CALENDA, CANE DI RAZZA EUROCRATE E DA SALOTTO DI OLIGARCHIE E CONVENTICOLE, CHE ABBAIA MOLTO E CHE SI PROCLAMA STATISTA E STORICO.

In fondo, mi dispiace alquanto trattare tanto male il senatore Carlo Calenda dato che è una delle menti più pensanti (bene o male pensanti  è una valutazione soggettiva, ma di certo più pensanti) di quel luogo così ancora suggestivamente definibile come il senato di Roma: l’ex giovanissimo rampollo dell’ Italia bene umbertina di una discreta serie televisiva degli anni Ottanta dedicata al celeberrimo romanzo Cuore di Edmondo de Amicis più popolarmente conosciuto come “il libro Cuore” (esagerazione come se fosse il libro per eccellenza, manco la Bibbia…).

Vedremo poi, come mai un esordio pubblico così singolare. Concludo riconoscendogli una notevole competenza in economia e  politiche socio-economiche, e passioni storiche insolite per un uomo di affari portato più per l’oggi e il domani (foriero quest’ultimo di interessi finanziari) che allo ieri: ovvero l’antica Roma (in cui la sua eurodipendenza acuta vede naturalmente l’antenata di UE e globalismo e non l’ Imperium o il Mare nostrum) e il barbuto signore a nome Giuseppe Mazzini (quella specie di versione a cura dimagrante di Karl Marx ma con l’aria molto più dolente e apostolica, e le tasche sfondate, nonostante il suo repubblicanesimo che tanto affascina Calenda, dalle belle sterline d’oro con l’effigie di Queen Victoria). Ultimamente sfoggia una presunta competenza riguardo la figura di Winston Churchill (altro raccomandato di ferro che per la sua opera propagandistica e autoapologetica sulla seconda guerra mondiale rubò addirittura il Premio Nobel per la letteratura).

Ma come altrimenti dovrei trattare un signore leader di un partitino (Azione) che qualche  giorno fa ha presentato un disegno di legge liberticida mirante a codificare la censura in Italia, come già avvenuto in Spagna o Francia, guardando con sicuro interesse alla farsa elettorale romena, e obbedendo ai diktat della sua Mecca di Bruxelles-Strasburgo in cui direzione benché da ateo dichiarato (un mazziniano europeista, cos’altro dovrebbe dichiararsi?) si prostra a novanta gradi e ha sguardo adorante quando si rialza gridando “più Europa” oppure “c’è un aggressore c’è un aggredito”? Mi dispiace per lui, ma accettino almeno i nostri avversari che vorrebbero tapparci la bocca, che si parli, o sparli secondo loro, degli stessi o delle proprie rispettabilissime persone e famiglie: io, per la quinta parte dei loro emolumenti istituzionali, lo sopporterei di buon grado.

Si legge sul sito del suo club di eurointegralisti detto Azione, a proposito del tentativo di sopprimere la libertà di stampa e opinione detto Scudo democratico come da copyright della strega-baronessa, e giudicate voi se questo cane da salotto, benché di razza, dei Rotary o Lions o Kiwanis capitolini potrebbe mai esserci simpatico: “ Tutte le piattaforme informative, comprese testate giornalistiche e social network, dovranno dotarsi di un comitato di analisi indipendente composto da dieci esperti, estratti a sorte da un elenco nazionale di professionisti con competenze tecniche e giuridiche. Questi comitati avranno il compito di monitorare e contrastare le attività di ingerenza esterna volte a manipolare il consenso politico, attraverso la diffusione di informazioni false o distorte. Potranno verificare i contenuti diffusi e rimuovere quelli ingannevoli, oltre a segnalare e bloccare utenti coinvolti in attività di disinformazione ripetuta». Quindi per favore, si lasci ai biechi “sovranisti” e “populisti” almeno la libertà di qualche chiacchiera innocua (ma ben documentata e mai fantasiosa, lo garantisco per quanto mi riguarda).

Il buon Carlo nasce a Roma nel 1973, con un formidabile pedigree oligarchico, anche se più culturale e di apparato che economico: ma di certo, ciò che serve per essere cooptato nel Sistema ai piani alti con gavette più o meno pro forma.

Iniziamo dai nonni: materno il grande regista Luigi Comencini (dice nulla, la serie televisiva Pinocchio degli anni Settanta con Nino Manfredi e Gina Lollobrigida? O il mitico Pane amore e fantasia del 1953 con certi Vittorio De Sica e Gina Lollobrigida, a voler ignorare tanti altri capolavori come Tutti a casa con Alberto Sordi del 1960?). Da parte di padre lo fu invece l’ambasciatore Carlo Calenda che ricoprì rappresentanze non di primo piano, ma una cruciale e drammatica per l’Italia quale la Libia all’epoca del colpo di stato di Gheddafi con relativa improvvisa espulsione degli italiani.

Di famiglia valdese, Comencini sposò la principessa Giulia Grifeo di Partanna, cui probabilmente le teorie radical chic da perfetto figlio sessantottino di un ambasciatore, del giornalista e scrittore Fabio Calenda dovevano piacere ben poco. Da segnalare anche un prozio del fondatore e dominus di Azione cioè Felice Ippolito, tra i primi ingegneri nucleari italiani. Sia Cristina che Francesca Comencini, figlie del grande regista, hanno seguito le orme paterne (Cristina con più evidente successo). E Cristina fu una giovanissima madre diciassettenne che ebbe da Fabio Calenda (suo primo marito) il primogenito Carlo che ben conosciamo; ma anche la figlia Giulia Calenda ha scelto di operare nel cinema come sceneggiatrice.

Come accennato, a undici anni Carlo Calenda ha una parte, pure alquanto impegnativa, in uno sceneggiato TV (ora le chiamano fiction o serie) di un certo successo, recitando accanto a partners dal nome ancora mitico negli anni Ottanta quale Johnny Dorelli o una icona sexy dal nome di Giuliana De Sio. E chi era il regista? Ma che domanda di cavolo: Luigi Comencini, il nonno! E chi sennò? Francis Ford Coppola?

L’episodio artistico, però, resta isolato, e il Nostro frequenterà il liceo classico Mamiani (anni in cui, appena sedicenne, avrebbe avuto la sua prima figlia). Madre di costei sarebbe (la cosa mi sembra un po’ romanzesca e piccante come un film di Samperi ma sulla vita privata di Calenda le fonti sono scarse e non facilmente verificabili) la segretaria del secondo marito della madre di Carlo (il produttore cinematografico Riccardo Tozzi), maggiore di lui di dieci anni con cui Carlo avrebbe avuto una relazione sin dalla età di quattordici anni. Sulla identità della signora, però e ripeto, non sono riuscito a trovare con facilità alcun riscontro. Dal matrimonio con la manager Violante Guidotti Bentivoglio, Calenda ha poi avuto altri tre figli.

A esame di maturità non ancora sostenuto, inizia a lavorare vendendo polizze e fondi idi investimento. Successivamente lavora per Prudential Sim e Southern Star. Laureatosi alla Sapienza (voto finale 107) continua nella finanza ma la vera svolta, degna del suo rango sociale, avviene alla Ferrari nel 1998 (posto chiaramente non alla portata del primo che faccia domanda). La sua carriera a Maranello è fulminea anche per l’ottimo rapporto che instaura con il sospetto figlio naturale dell’Avvocato, ovvero Luca Cordero di Montezemolo a.d. del Cavallino, e comunque uno dei più potenti affaristi delle repubbliche cosiddette prima e seconda.

Gli anni della Ferrari sono incidentalmente gli anni anche, per un certo periodo, della amicizia e convivenza abitativa con Lapo Elkann, il più discusso nipote di Gianni Agnelli.

Successivamente in Sky Italia è responsabile marketing. In Confindustria viene nominato assistente del presidente, e durante la presidenza dell’immancabile Cordero di Montezemolo si riunisce all’amico che gli affida la direzione dell’area strategica e affari internazionali. Poi è anche direttore generale di Interporto Campano e presidente di Interporto Servizi Cargo. Negli anni successivi si dedica alla carriera politica.

Nel 2009 la inizia, chiamato dal “duca-conte” fantozzianamente parlando Cordero di Montezemolo (un suo zio riuscì, prima di essere ucciso dalle SS alle Fosse ardeatine, a dare il consenso del CNL alla strage di Via Rasella), a aiutarlo nel coordinamento territoriale dell’ectoplasma centrista Italia futura.

Preso atto dell’esito disastroso, servito quanto meno a toglierci da stampa e tv la faccia da dandy del suddetto duca-conte il quale pur si ostinerà assieme al suo colonnello Calenda a credersi uno statista sostenendo il cocco di Madre Europa del momento Mario Monti, il buon Carlo (mica Verdone, ben diverso campione di romanità di quasi una generazione più datato), passa appunto a un altro essere impalpabile della politica ma ancora più supponente e fanaticamente euroinomane di Italia futura ovvero la montiana Scelta civica-con Monti per l’Italia ma alle elezioni del 2013 viene trombato pur risultando primo non eletto  nella circoscrizione Lazio.

Ormai però qualche cena del Rotary o Lions su terrazza con vista su Piazza di Spagna o Piazza Navona avevano statuito: Calenda, giovane, di belle speranze e di bellissimi natali, doveva andare avanti, checché ne dicesse il volgo nelle urne. Infatti nel nuovo governo del tecnocrate piddino Enrico Letta viene nominato viceministro dello Sviluppo economico, in tandem con l’ Antonio Catricalà sucida eccellente degli ultimi anni. E in tale veste, avrà contatti fattivi e fruttuosi con la Russia di cui ora scioccamente proclama di rammaricarsi.

Nel 2015 qualcuno decide di staccare la spina alla creatura politica di Mario Monti, e Calenda abbandona Scelta civica come diversi parlamentari e dirigenti buttandosi un po’ più s sinistra e dichiarando di aderire al PD (cosa che farà solo nel 2018 volendo evidentemente guardarsi meglio attorno): nessun problema per Monti, troppi casini a quella età invece di godersi i pingui emolumenti del senato a vita regalatogli da Napolitano in ricompensa dell’essersi prestato per scalzare e sostituire Berlusconi.

Nel 2016 si toglie la soddisfazione di calcare le orme del nonno paterno diplomatico, senza tale essere di carriera. Matteo Renzi (ennesimo non eletto succeduto al vanesio e pedante Letta) lo nomina infatti, con un tipico atto di arroganza, rappresentante permanente dell’Italia presso l’ Unione europea pur appunto non essendo un diplomatico (con tanto di proteste comprensibili dalla casta delle feluche). Tanto rumore per nulla però, dato che appena due mesi dopo il nuovo amico Matteo lo richiama a Roma per nominarlo ministro per lo sviluppo economico al posto della dimissionaria Federica Guidi per motivi giudiziari. La poltrona ministeriale sarà confermata dal governo Gentiloni, dimessosi Renzi per la sconfitta al referendum costituzionale. Con il primo governo Conte giallo-verde (2018), deve abbandonare il ministero. Ma nel 2019 alle elezioni europee già inizia il cauto e lento smarcamento dal PD (davvero non facile seguire tutte queste acrobazie) con un manifesto politico dal nome Siamo europei col quale attira diversi cespugli piddino-globalisti tra cui quello di Pisapia del famoso campo largo, e grazie al quale, con lista in comune col PD, viene eletto parlamentare europeo (indubbiamente, secondo lui, il “vero” parlamento).

Il 23 luglio 2019, alla direzione nazionale del PD, si dichiarò contrario a qualunque intesa con i 5 Stelle (stava per maturare l’esperienza giallorossa del secondo governo Conte) e individuava le priorità del Paese in sanità, investimenti, scuola e formazione. La sua Ursula non aveva ancora imposto la spesa per armi, la pandemia non aveva ancora messo a nudo i tagli alla sanità imposti sempre dalla benamata Europa, e la scuola affondava allora come affonda adesso. In agosto, definito il nuovo governo, Calenda lascia il PD e a novembre lancia la nuova formazione politica Azione, che per un periodo si federerà con l’altro partitino dell’illustre transfuga del PD Matteo Renzi (addirittura suo ex segretario e artefice dei maggiori consensi da questo mai ottenuti).

In ottobre 2020 la sua candidatura sfiora il 20% alle elezioni comunali romane, nel 2022 riesce a essere eletto senatore ma nel 2024 alle elezioni europee non è rieletto non raggiungendo Azione il quorum necessario.

La formazione calendiana è nettamente favorevole a tutte le istanze globaliste e woke eutanasia compresa (escluso chissà perché l’utero in affitto), rigorosamente antirussa, antiamericana in senso antitrumpiano, e favorevole al più ampio riarmo come richiesto dalla eurocrazia.

Un uomo di apparato e oligarchie, rabbiosamente antinazionale (ovvero convinto europeista, come si dice) che si crede statista.

A. Martino

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