CHI LASCIA LA STRADA VECCHIA… INCIAMPA SU CALENDA E RAGLIA!

Gli antichi dicevano: “Chi lascia la strada vecchia per la nuova, sa quello che lascia ma non quello che trova.”

E non poteva esserci proverbio più calzante per descrivere la partecipazione di Giorgia Meloni alla convention di Azione.

Carlo Calenda, padrone di casa, mentre con una mano demolisce Giuseppe Conte per il suo pacifismo ad oltranza e per il leggendario — quanto discusso — Superbonus 110%, con l’altra affonda Matteo Salvini. Li mette insieme, i due, come due facce della stessa medaglia populista. Parola del figlio di Comencini.

Ora, in politica le parole non sono mai casuali. E l’obiettivo di Carletto è chiaro come il sole: sostituire la Lega nella maggioranza per dar vita a un governo tutto europeista e atlantista.
Un sogno per chi invoca la nascita di un nuovo centro moderato, ma che sembra ignorare tanto la realtà quanto la storia.

La platea — o meglio, una claque un po’ rumorosa e vagamente patetica — applaude. Tra tutti, spicca il “pilone” Crosetto, che pare abbia provato un orgasmo intellettuale alle parole del leader di Azione.

Ma, come spesso accade in politica, nessuno sembra aver fatto i conti con l’oste… o con la Storia.

Già, perché per chi non se ne fosse accorto, l’Unione Europea è ormai un corpo in putrefazione, e la NATO, ingombrante e fuori contesto nel nuovo equilibrio globale USA-Russia, è più vicina allo smantellamento che al rilancio.

E se la Meloni davvero volesse abbracciare la visione calendesca, farebbe bene a prepararsi a un destino che Carlo conosce fin troppo bene: la sconfitta.

I segnali ci sono tutti. Basta guardare alla Crisi di Suez del 1956.
All’epoca, Nasser — con Mosca alle spalle — nazionalizzò il Canale di Suez, fino ad allora gestito da una compagnia anglo-francese. Francia e Regno Unito reagirono, aizzando Israele con il pretesto di separare egiziani e israeliani, ma con l’obiettivo reale di riprendersi il controllo del canale.

Il problema? Non avevano fatto i conti considerata di Washington.

Nello stesso anno, mentre l’Armata Rossa schiacciava la rivolta ungherese a Budapest, Eisenhower non esitò a umiliare gli alleati europei, pur di non rompere con Nikita Chruščёv, il nuovo inquilino del Cremlino che, proprio nel 1956, al XX Congresso del PCUS, aveva appena pronunciato il celebre “discorso segreto” contro Stalin.

Quella distensione tra USA e URSS sfociò, solo tre anni dopo, nella prima visita di un leader sovietico negli Stati Uniti (1959), lasciando Parigi e Londra a leccarsi le ferite, ridimensionate nel prestigio e nel peso geopolitico.

E se la Storia si ripetesse?

Cosa accadrebbe se l’ingerenza atlantica di Parigi e Londra in Ucraina li portasse davvero, nel 2025, a schierare truppe sul campo?

Non sarebbe solo l’ennesima umiliazione per le due ex potenze coloniali. Si rischierebbe addirittura una disgregazione territoriale: la Scozia per il Regno Unito, la Corsica per la Francia.
D’altronde, specie i francesi, con la condanna della Le Pen, ce la stanno proprio mettendo tutta per far irritare sia il Tycoon che lo Zar.

Dunque, di quale Europa parla Calenda?

E di quale NATO vaneggiano i suoi?

Al mio paese si dice:

👉 “Chi nin tè bbona cocce ha da tinè bbon pete.”

Tradotto: Chi non ha una buona testa, deve almeno avere buoni piedi.

Cioè forza, impegno, azione concreta.

Ma alla convention di Azione abbiamo assistito plasticamente alla mancanza sia dell’una che dell’altra cosa.

E intanto… i ragli aumentano. Di numero e d’intensità.

Lorenzo Valloreja

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