CINQUANTA ANNI DEL RAGIONIER UGO FANTOZZI. CHE NON LI DIMOSTRA AFFATTO.

Incredibile, quel 1975 cinematografico. Qualche giorno fa ho ricordato il mezzo secolo di Profondo rosso, e ora quello di Fantozzi.

Due capolavori di genere ben diverso (ma forse non tanto come sembra, le disavventure frustranti di Fantozzi non sono “agghiaccianti”?). Ma comunque, testimonianze di una stagione irripetibile di creatività artistica e non semplicemente cinematografica

Esattamente cinquanta anni fa (sto scrivendo il 27 marzo 2025), usciva nelle sale italiane il lungometraggio Fantozzi diretto da Luciano Salce e tratto dall’omonimo libro dell’attore protagonista cui seguì Il secondo tragico libro di Fantozzi. Il genovese Paolo Villaggio già si era fatto notare in TV con personaggi surreali e dalla comicità appunto “agghiacciante” come lui avrebbe detto (basti pensare al sadico professore-sperimentatore circense Kranz, tedesco chiaramente ispirato a luttuosità all’epoca relativamente molto più vicine di oggi).

La pellicola incontrò subito il favore del pubblico con la bellezza di sei miliardi di incassi in prima visione, ma non della critica che la trovò confusionaria e troppo episodica. Dopo qualche anno arriverà anche il personaggio cinematografico e televisivo di Fracchia (Giandomenico, mi pare) anch’ egli impiegatuccio microborghese ma celibe a differenza di Fantozzi, e autore di fantastici duetti con un incredibile Gianni Agus re degli scorbutici e protagonista di una delle più divertenti parodie draculiane.

I suoi fondamenti letterarii avevano già un gran successo non solo di pubblico ma anche di critica: Paolo Villaggio è l’autore di lingua italiana più tradotto nella ex URSS ivi paragonato a un redivivo Gogol, dove anche il Fantozzi cinematografico ebbe un impensato successo, per il regime dimostrazione delle brutture del capitalismo, e per il cittadino del presunto paradiso socialista personaggio universale in cui rispecchiarsi. Capitalismo, materialismo, alienazione frustrante a vantaggio dei ricchi in Occidente; praticamente altrettanto a vantaggio della nomenklatura lì, con una verniciatura ideologica e un capitalismo “ a fondo perduto”.

La comicità fantozziana è insomma solo apparente, secondo me molto vicina alla pittura e ai disegni violentemente satirici di costume di un George Grosz con i suoi feroci capitalisti-maiali in cilindro e militari col vaso da notte al posto dell’elmetto o ancora più marcatamente, all’appena meno feroce emulo di Grosz che fu il nostro Franz Borghese.

Il film diede inizio a una serie cinematografica, ovviamente non sempre dello stesso valore artistico e visionario, di altri nove lavori terminata nel 1999, con forse involontaria logica: finis Italiae, e fine della lira che in fondo anche per Fantozzi era la prima preoccupazione. Villaggio già aveva dimostrato e ancora lo farà (morirà nel 2017) il suo valore attoriale extrafantozziano ma gli italiani lo abbineranno sempre, nell’immaginario, a Fantozzi.

Ugo Fantozzi è un impiegatuccio frustrato della Megaditta gestita, man mano che si salga verso il vertice del Megadirettore galattico, da personaggi sempre più luciferini anche quando giocano a fare gli “umani”, anzi allora ancora di più. Ha una moglie per nulla desiderabile e una figlia addirittura repellente, ma nonostante l’insofferenza per queste quotidiane presenze casalinghe e i suoi maldestri tentativi extraconiugali con la improbabile sex symbol aziendale signorina Silvani (la straordinaria Anna Mazzamauro), tira la carretta di questa ineffabile famiglia con enormi sacrifici anche fisici (fantastica la sequenza dell’andare al lavoro mattutino).

Nonostante i suoi conati di ribellione in cui riesce persino a essere leader (da storia del cinema la rivolta contro la ennesima visione della Corazzata Potemkin di Eisenstein, film sovietico per eccellenza) destinati sempre all’ insuccesso o a epiche umiliazioni (fare da parafulmine o adibire la lingua a spugnetta per i francobolli o addirittura la crocifissione), il ragionier Ugo Fantozzi ci ha avvisati che la postmodernità è arrivata, e non vi è scampo per nessuno salvo che per i soliti noti. Infatti l’ antiquariale aristocrazia del sangue, orribilmente irriconoscibile rispetto ai peggiori arricchiti e dirigenti di azienda (nel mondo fantozziano, che piaccia o no, questa ultima categoria è ai vertici dell’abiezione), è presente, sopravvissuta solo grazie ai soldi e la padrona di casa a Cortina sarebbe inequivocabilmente la mitica contessa di quegli anni  Marta Marzotto (contessa per matrimonio).

E non è certo per la massificazione, grazie a versioni in offerta speciale e quale arma di distrazione di massa, che riti signorili degli ultimi due secoli (la vacanza al mare o in montagna in primis) riescono a offrirsi persino a Fantozzi e compagni come strumenti di salvezza. Questi sono semplicemente anestetici, a volte pericolosissimi.

Aggettivi come agghiacciante, mostruoso, terrificante sono la cifra di un mondo che non offre scampo a Fantozzi e ai suoi colleghi come lo stolto Filini.

E nel quale, da mezzo secolo, ognuno ride di Fantozzi, ma in fondo sa di essere Fantozzi (o qualcuno/a della sua galassia in cui c’è davvero posto per tutti/e).

A.Martino

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